I racconti erotici più recenti
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Brucio Dentro
Premessa...Questo non è un vero e proprio racconto. È uno stato d’animo nudo, fotografato direttamente dalla mente che lo sta vivendo. Un pensiero impudico, carnale e viscerale catturato nell’istante in cui brucia... Nel silenzio che fa male, ci sono ancora io...Sola, sul bordo del letto sfatto, le lenzuola impregnate del tuo odore.Le gambe dischiuse senza vergogna, una mano che scende lenta, avida, perché il vuoto dentro di me brucia più della tua assenza.Sento il sangue pulsare forte nel mio centro più caldo.Le dita scivolano facili nel mio umido desiderio, mentre ti immagino che mi prendi senza pietà.Le tue mani forti che mi stringono i fianchi, che mi aprono di più, che mi spingono contro il muro come se volessi entrarmi nell’anima attraverso la carne.Brucio dentro.È un fuoco liquido che cola tra le cosce, che mi fa contrarre dal profondo.Immagino la tua bocca che mi divora lenta, poi famelica, che assapora ogni goccia della mia voglia, mentre io ti afferro i capelli e ti tengo lì, annegandoti nella mia carne ardente.Mi tocco più intensamente adesso.Le dita affondano nel mio calore stretto, il pollice che accarezza quel punto pulsante e gonfio.Il ritmo è lo stesso delle tue spinte: profondo, possessivo, disperato.“Più forte,” sussurro al buio, come se tu fossi qui.E spingo più a fondo, fino al limite, perché dolore e piacere si fondono in un’unica fiamma.I seni tesi, la pancia che si contrae, il respiro spezzato.Ti voglio dentro fino in fondo all’anima.Voglio sentirti sbattere nel mio ventre più segreto, voglio che mi prendi come se mi odiassi e mi amassi nello stesso istante.Voglio i tuoi morsi sul collo, le tue mani che mi segnano la pelle, voglio il tuo calore che mi invade mentre mi scuoti fin nelle viscere, mentre mi sfondi l’anima a ogni colpo.Vengo pensando a te che mi riempi completamente, che mi marchi dentro, che mi lasci col tuo fuoco che stilla fuori mentre io continuo a pulsare, scossa da spasmi che non finiscono mai.Ma dopo il fuoco resta.Brucio ancora.
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3 ore fa
SilverRea,
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Io e mia moglie Chiara. Seconda parte. L'inizio della nostra storia
Novembre arrivò portando con sé la prima vera tramontana e una mole di studio che rischiava di schiacciarmi. Le lezioni di Anatomia e Istologia mi prosciugavano le energie, ma ogni pomeriggio la prospettiva di raggiungere Chiara in via XX Settembre era la mia scialuppa di salvataggio. Ricordo un martedì di pioggia battente, uno di quei pomeriggi in cui Genova si tinge di grigio e i vicoli profumano di umido e focaccia calda. Mi ero rifugiata nell'atrio del suo palazzo, stanca morta, con la testa ancora piena di nomenclature di ossa e muscoli. Quando Chiara scese, invece del solito saluto, mi tese un thermos di caffè caldo e mi avvolse mezza sciarpa attorno al collo, ridendo per i miei capelli crespi per l'umidità. Ci infilammo in un bar storico di piazza De Ferrari, riparate dal temporale, e restammo per due ore a parlare di niente. Io le ripetevo i canali anatomici e lei mi ascoltava come se fosse la cosa più interessante del mondo, per poi raccontarmi le assurdità dei clienti dello studio. In quel bar anonimo, mentre fuori la città affogava nella pioggia, capii che Chiara stava diventando il mio posto sicuro.Quella complicità, però, doveva arrestarsi bruscamente sulla soglia di casa mia. Quando rientravo la sera, l'atmosfera cambiava di colpo. Mia madre mi aspettava in cucina, squadrando i miei quaderni e i miei orari con il sospetto di chi cerca una colpa: «Arrivi tardi, Federica. Spero che tutta questa "frequentazione" con questa nuova amica non ti distragga dal dovere. Ricordati i sacrifici che facciamo». Io incassavo in silenzio, mentendo sui pomeriggi passati in biblioteca, e filavo in camera mia. La rigidità di quelle mura non faceva che alimentare il mio desiderio di scappare, di tornare a respirare l'aria leggera che c'era solo accanto a Chiara.La mia vita era, in ogni caso, decisamente cambiata. Rispetto agli anni passati a fare da tappezzeria, sola e scontrosa, mi sentivo finalmente rifiorita: ero molto più sicura di me, orgogliosa dei miei successi universitari e di quell'intesa con Chiara che aveva azzerato tutto il resto. Le vecchie frequentazioni erano ormai un ricordo; Alessia era sbiadita nel tempo, mentre Elisa l'aveva mandata a quel paese definitivamente dopo la sua mossa egoista alla festa di settembre. Non provavo alcun rimpianto. Il 23 dicembre di quell’anno feci un altro grande passo: andai per la prima volta a casa sua per conoscere i suoi genitori. Abitavano in un grande appartamento di alta rappresentanza in corso Firenze, nel cuore della Circonvallazione a monte. Era una casa di immenso stile, arredata con un gusto sobrio ed elegante che denotava l’agiatezza della famiglia, tra soffitti alti e dettagli d'epoca. Passammo una serata splendida, scambiandoci i regali di Natale e chiacchierando davanti all'albero fino a notte fonda. Si era fatta ormai l'una passata quando suo padre, con una galanteria d'altri tempi, insistette per riaccompagnarmi in macchina; sosteneva che alla mia età fosse impensabile girare da sola per le strade deserte a quell'ora, nel timore di brutti incontri.Quella notte, però, una volta infilata sotto le coperte, mi ritrovai a fare i conti con una profonda confusione. Restai a lungo a occhi chiusi, incapace di prendere sonno: Chiara era diventata il mio centro di gravità permanente e, per quanto cercassi di razionalizzarlo, dovevo ammettere che occupava ogni singolo istante dei miei pensieri. Perfino quando mi seppellivo sui libri di Medicina, la mente restava ancorata ai testi solo in superficie; in sottofondo c'era sempre e solo lei. Mi scoprivo a chiedermi cosa stesse facendo, a desiderare il momento in cui ci saremmo riviste, a fare l'esegesi di ogni sua frase o risata. Cercavo di scacciare quelle sensazioni, spaventata da quanto fossero intense e nuove per me, ma poi, a ogni vibrazione dello schermo, il cuore mi faceva un balzo nella speranza che fosse un suo messaggio su WhatsApp. Per un attimo provai a fare un paragone con i miei ricordi del liceo, ripensando a Fabrizia e a quel sesso fatto quasi per emulazione o curiosità. Ma capii subito che stavo barando con me stessa: quella con Chiara non era una semplice amicizia colorata dall'ammirazione. Era qualcosa di completamente diverso, una forza sotterranea che spingeva per uscire allo scoperto. Il ventisei dicembre, in serata, uscimmo per andare al cinema alla Fiumara. Dopo mezzanotte, mentre stavamo rientrando in macchina, Chiara si voltò verso di me con un sorriso complice:«Hai già sonno, Federica?»«No, per niente. Tu?»«Nemmeno io. Ti va se facciamo un salto a Castelletto? La serata è così mite e limpida...»«Va bene, andiamo!»Spianata Castelletto era a due passi da casa nostra: un balcone sospeso sulla città dove la vista spazia dai tetti del centro storico fino all'immensità del golfo. A quell'ora della notte, senza turisti, era un paradiso di luci e silenzi.Ci sedemmo su una panchina, di fronte al mare verticale di Genova. Il silenzio intorno a noi era denso. Assaporavo una felicità piena, appagata dal semplice fatto di essere lì con lei, eppure avvertivo un vuoto indefinibile che premeva sotto la gabbia toracica. Non riuscivo a dare una veste logica a quella sensazione, né a interpretare l'impulso che spingeva per emergere dal profondo del mio animo. Era un'ombra sottile, un enigma che quasi guastava la bellezza di un momento in cui avrei dovuto sentirmi leggera come una farfalla.Per rompere il ghiaccio, Chiara se ne uscì con una battuta fulminante su una nostra conoscenza comune. Scoppiai a ridere come una scema, voltandomi verso di lei e sventolando una mano come a dire: "Ma cosa stai dicendo!". Anche lei si lasciò andare a una risata cristallina, mi afferrò il braccio destro e ci sbilanciammo l'una contro l'altra, spalla a spalla. Com'è naturale quando si ride a crepapelle, l'impeto si smorzò lasciandoci a un centimetro di distanza: viso a viso, gli occhi negli occhi. Il suo sguardo profondo sembrava calamitare il mio. La fissai con un accenno di sorriso, avvolta da una leggerezza sconosciuta e bellissima, amplificata dal calore delle sue labbra così vicine. Chiara, senza dire una parola, annullò l'ultimo frammento di spazio. Mi baciò.Mentre le sue labbra incontravano le mie, fece scivolare la mano destra sopra la mia sinistra, appoggiata sul ginocchio. Tutto si consumò in un istante perfetto: quel bacio imprevisto mi travolse con un'ondata di stupore e stordimento. Chiusi gli occhi, abbandonandomi al calore della sua bocca, mentre un batticuore violento mi faceva trasalire per l'unicità di quel momento.Quando si staccò, notai un velo di esitazione sul suo volto: fece quasi per scusarsi, convinta che non avessi ricambiato. Fu allora che l’istinto prese il comando: mi sporsi in avanti e la baciai a mia volta. E questa volta fu un bacio vero, profondo, d'una dolcezza disarmante e appassionata. Quel contatto liberò d'un colpo tutti i sensi, il sapore e la travolgente sensualità che nei mesi precedenti avevo cercato di anestetizzare e scacciare dalla mente. In quel frangente, la natura e l'amore vinsero ogni resistenza, esplodendo in tutta la loro potenza.Quando le nostre labbra si separarono, mi accorsi solo in quel momento che le mie dita erano strettamente intrecciate alle sue. Riuscii solo a sussurrare:«Io…»«Shhh, non dire niente. Non parlare adesso», mi sussurrò di rimando.Mi circondò il collo con la mano sinistra e mi tirò di nuovo a sé. Fu un bacio ancora più consapevole, frenetico, denso di sentimento e di una femminilità complice. I nostri profumi si fusero, i respiri si trovarono all'unisono e le mani cercavano il corpo dell’altra; le nostre lingue si cercarono in un gioco ipnotico e sensuale, incuranti di chiunque potesse passare lungo la spianata o affacciarsi dalle finestre dei palazzi illuminati.Quando alla fine ci staccammo, ci guardammo negli occhi e le sorrisi, trovando subito la sua complicità. Se prima avrei avuto mille cose da confessarle, in quel momento la mente era immobile, magnifica e vuota; quell’ultimo bacio aveva azzerato ogni rumore di fondo.«Avevo una paura tremenda...» esordì Chiara, rompendo l'incantesimo senza smettere di fissarmi. «È da tantissimo tempo che avrei voluto baciarti, ma temevo di rovinare la nostra amicizia. Dentro di me stavo male, anche se facevo finta di nulla... stasera, però, non ce l’ho più fatta. Se tu...»«Anche io», la interruppi, alleggerendola del peso di quella frase. «Ero confusa, spaventata da quello che provavo. Volevo convincermi che fosse solo ammirazione per la persona splendida che sei, forse per proteggermi. Ma quando mi hai baciata, è come se avessi spazzato via la cortina di fumo che mi nascondeva la realtà.»«Allora provi lo stesso per me?» mi chiese, e gli occhi le brillavano nell'attesa disperata di una conferma.«Sì... sì», risposi. Mi sentivo ancora stordita e un po' impacciata, ma quella parola mi uscì dal cuore, pulita e sincera.Mi stringeva forte a sé, raggiante ed entusiasta, tempestandomi il collo di baci leggeri.Con un'innocenza che aveva il sapore delle prime volte, le feci una domanda quasi adolescenziale:«Allora... che dici, ci mettiamo insieme?»«Certo che sì!»Restammo su quella panchina a parlare, a baciarci e a stringerci in un abbraccio continuo che sembrava non bastarci mai. Avevo addosso un'euforia elettrica, una scarica di adrenalina pura. Mi percepivo diversa, magnetica, come se una parte di me fino ad allora clandestina avesse finalmente preso possesso del mio corpo, spingendomi a vivere alle mie condizioni, oltre i confini del perbenismo che mi aveva sempre soffocata.A notte fonda Chiara mi riaccompagnò sotto casa. Ci salutammo con un ultimo bacio mozzafiato, confessandoci il sollievo di aver finalmente squarciato quel velo di paure che ci teneva sotto scacco.Inutile dire che quella notte non chiusi occhio facilmente. L’eccitazione era troppa per lasciar spazio al sonno. Rimasi a lungo a riavvolgere il nastro di quelle ore a Castelletto e finalmente compresi l'origine di quel malessere che mi aveva tormentata per mesi: non era altro che il mio vero sentimento per Chiara che bussava alla porta. Mi ero ostinata a non aprire per via dei tabù inculcati da mia madre e per il terrore di scontrarmi con una realtà che non sapevo come gestire. Ma per fortuna a spalancare quella porta ci aveva pensato Chiara, con la forza travolgente del suo coraggio. Per tutto il resto delle vacanze di Natale ci vedemmo ogni singolo giorno, finché un pomeriggio, rimaste da sole a casa sua, facemmo l’amore per la prima volta. Per Chiara non era un debutto: si definiva bisessuale. Aveva frequentato qualche ragazzo durante l'adolescenza, ma dopo i vent'anni aveva avuto solo brevi storie con altre ragazze, nessuna delle quali l'aveva mai coinvolta davvero. Io, al contrario, non avevo quasi esperienza: a parte la parentesi con Fabrizia, il compagno di scuola del debutto e lo scopamico, il mio corpo era rimasto un territorio per lo più inesplorato. Negli ultimi anni solo la masturbazione aveva dato un po' di sollievo al mio deserto sentimentale, e mai avrei immaginato che mi sarei ritrovata tra le braccia di un'altra donna.La mia prima volta con Chiara fu un'esperienza di una bellezza assoluta, appassionata e travolgente. Mi fece scoprire un lato della sessualità del tutto nuovo, rivelandomi una potenza erotica e una complicità al femminile che non avrei saputo nemmeno sognare. Restare nude nello stesso letto, pelle contro pelle, unire le nostre bocche in baci senza fine e sentire il mio seno premuto contro il suo – una terza piena, generosa a differenza della mia seconda – mi diede una scossa elettrica. Mi lasciai andare, guidata dalle sue labbra che scivolavano lungo il mio collo per poi scendere lungo tutto il corpo. La sua bocca e la sua lingua esplorarono ogni centimetro della mia pelle, senza tralasciare nulla, fino a concentrarsi lì dove ero più vulnerabile e sensibile, tra le mie labbra e sul clitoride. Le sue mani toccavano ogni parte di me, stringendomi e accarezzandomi con un'alternanza di tocchi lievi e pretese più decise, fino a farmi precipitare in un orgasmo totale, consumato contro la sua bocca mentre continuava a stimolarmi.Subito dopo provai a fare lo stesso con lei. All'inizio i miei tentativi furono goffi, traditi dall'inesperienza, ma Chiara mi guidò con dolcezza, suggerendomi i movimenti più mirati e precisi. Mi lasciai guidare dal suo respiro finché non fui io a farla vibrare, assaporando la sua intimità e stringendola a me nell'istante in cui anche lei raggiunse il culmine. Tutto questo mi proiettò in un universo parallelo fatto di passione, tenerezza e assoluta devozione; un amore che mi stava regalando una gioia profonda, una carica vitale e una forza che non avevo mai sperimentato prima.Qualche giorno dopo, a un passo dalla fine delle vacanze, Chiara mi spiazzò con una proposta:«Federica, vorrei presentarti ufficialmente ai miei. Cioè, li conosci già, ma stavolta come la mia ragazza».Sul momento la sua richiesta mi stupì, ma subito dopo ne compresi il peso profondo. Mi resi conto di quanto fossi importante per lei, e lei per me, sebbene stessimo insieme da così poco tempo. Quel gesto mi fece sentire incredibilmente orgogliosa.«Naturalmente gliene parlerò prima», aggiunse lei per rassicurarmi, «ma non ci sarà alcun problema, vedrai».«Sono felice che tu voglia farlo», le dissi sorridendo, anche se dal mio sguardo trapelò un'ombra che Chiara intercettò all'istante.«Cos’hai? Non sei contenta?»«Certo che lo sono! È solo che...» esitai, abbassando gli occhi. «Sto pensando che io non potrei mai fare lo stesso con i miei. Ti ho raccontato come sono fatti».«Sì, lo so», disse lei, stringendomi le mani. «Ma sono sicura che un giorno troverai il modo giusto per parlargliene e metterli di fronte al fatto compiuto».«Lo spero, ma sarà un bagno di sangue. Ora, però, non pensiamoci».Chiara mi abbracciò, quasi a volermi infondere il coraggio per affrontare quel passo che per me era una montagna invalicabile. Poi mi diede un bacio intenso sulla bocca, suggellando il nostro patto di non nasconderci più.Il sei gennaio era il giorno fissato per il debutto "ufficiale".Il giorno prima, vedendoci in centro, mi aveva anticipato che i suoi non avevano fatto una piega. Passato il primo secondo di sorpresa, avevano detto che ero già simpatica come amica e che, se lei era felice, lo erano anche loro. Erano sinceramente curiosi di conoscermi sotto questa nuova luce.Quel giorno, verso mezzogiorno, arrivai a casa loro con lo stomaco stretto in un nodo di emozione. Mi venne ad aprire Chiara e, dopo un abbraccio veloce, mi guidò in sala dove poco dopo vennero a salutarmi i suoi genitori.«Ciao Federica!» mi disse sua madre Emma, accogliendomi con un bacio affettuoso sulla guancia.«Buongiorno signora».«Benvenuta!» le fece eco suo padre, Raffaele, dandomi i classici due baci di cortesia. «Vieni, accomodati».Io e Chiara ci sedemmo sul divano, di fronte a loro. Sebbene mi conoscessero, in quel momento mi sentivo profondamente osservata: avevo l’impressione che stessero studiando i miei gesti sotto una lente nuova, quella della fidanzata di loro figlia. Per fortuna l'imbarazzo durò un attimo; la conversazione si rivelò piacevole, fluida e del tutto informale. Verso la fine del pranzo, Emma mi guardò negli occhi e, con una naturalezza disarmante, disse:«Sai, noi un po’ lo avevamo intuito, ma adesso siamo davvero felici di sapere che vi amate».A quella dichiarazione così aperta sentii le guance scaldarsi per l'imbarazzo, ma dentro di me esplose una felicità pura: mi sentivo accolta in quella famiglia, come se ne facessi già parte. Erano riusciti a demolire ogni mia difesa. Emma, in particolare, mi invitò a considerare quella casa come mia, a muovermi in totale libertà.Ovviamente non sarei mai stata del tutto spontanea in salotto, a meno di non trovarmi da sola in camera con Chiara. Lì dentro sì che avevo superato ogni timore, fin dalla nostra prima notte insieme. In camera sua mi sentivo completamente a mio agio, protetta da un guscio inviolabile: potevo stare scalza, in intimo o completamente nuda, sapendo che tra quelle mura si creava un mondo solo nostro, dove nessuno poteva entrare senza permesso. Proprio come accadde la sera stessa di quel sei gennaio, quando dormimmo insieme per la prima volta sotto lo stesso tetto dei suoi genitori, separati dal resto del mondo solo da una sottile porta di legno.A Chiara piaceva prendere l’iniziativa. Non appena la porta della camera si chiuse alle nostre spalle, mi strinse a sé. Iniziammo a baciarci con foga, prima in piedi, poi schiacciate contro la scrivania, finché lei non passò a spogliarmi con un'urgenza quasi violenta, come se i vestiti fossero un ostacolo insopportabile. Mi ritrovai nuda sul letto sotto il suo corpo ancora vestito. Mi divorava i capezzoli con piccoli morsi e baci leggeri, mentre con gesti rapidi si sfilava i pantaloni. Ero in preda a una frenesia totale, stordita da quel suo modo così dominante di farmi godere. In un baleno Chiara si liberò anche della maglietta e mi scivolò addosso, pelle contro pelle.Sapere che i suoi genitori erano nell'altra stanza non faceva che amplificare il brivido del proibito. Quell'imbarazzo eccitante surriscaldava l'aria, impregnando la stanza di una carica erotica e di una complicità travolgenti. Eravamo chiuse nel nostro mondo, un rifugio caldo e inviolabile. Nude sotto il piumone, ci stringevamo in un abbraccio continuo, scambiandoci baci infiniti e sussurrandoci mille volte "Ti amo". Il contatto con il suo corpo liscio e profumato, i lenti movimenti del suo bacino sul mio e i suoi capelli che mi sfioravano il viso mi portarono al delirio. Mentre la sua bocca indugiava sul mio seno per poi scendere lungo lo stomaco, l'ombelico e il pube, un'ondata di adrenalina mi scatenò brividi intensi lungo tutta la schiena. Arrivata in fondo, mi sussurrò un unico: «Aspetta».Si girò sopra di me al contrario, offrendomi la sua intimità e posando la bocca sulla mia. Non appena la sua lingua accarezzò il clitoride, la scossa fu così potente che afferrai d'istinto i suoi fianchi, proiettando a mia volta le labbra contro di lei, già calda e bagnata di desiderio. Il sapore della sua eccitazione mi invase la bocca. Mentre la mia lingua la stuzzicava e le mie dita scivolavano dentro di lei seguendo il ritmo dei suoi sussurri, Chiara rispondeva tormentando il mio clitoride con precisione assoluta. Le sue dita esploravano la mia vagina, spingendosi a fondo alla ricerca del mio punto G, che trovò con un'abilità disarmante. Mi sciolsi in un misto di smanie e sospiri, incapace di opporre resistenza a un orgasmo che premeva per esplodere.Quella sera, dopo aver fatto l’amore ancora una volta, ci addormentammo nude, strette nello stesso abbraccio. Il risveglio il mattino dopo fu di una dolcezza infinita. Eravamo sole in casa e restammo a letto a lungo, senza fretta: ci coccolavamo, ora lei sopra di me, ora io sopra di lei, guardandoci viso a viso. Passammo le ore a baciarci, a ridere, a farci il solletico e a pianificare il nostro futuro: i viaggi che avremmo fatto, lo sport, le avventure da vivere insieme. Verso le undici infilammo la doccia insieme per poi concederci una colazione lenta. Passammo il resto della giornata in assoluto relax, anche dopo il rientro dei suoi genitori. Ogni tanto il mio pensiero correva a mia madre – che chissà cosa immaginava che stessi facendo, e soprattutto con quale fantomatico fidanzato – ma per la prima volta quella presenza distante non riuscì a scalfire la mia pace. Il giorno successivo avrebbe suonato la sveglia della realtà: Chiara sarebbe tornata in studio da suo padre e io avrei ripreso i corsi all'università, pronta a seppellirmi sui libri per i primi, difficilissimi esami di Medicina biologia, chimica e fisica medica. Eppure, sapevo che la prova più dura, il mio vero esame di maturità, non si sarebbe svolto in un'aula universitaria: consisteva nel trovare il coraggio di raccontare ai miei genitori della mia relazione con Chiara. Così, quel pomeriggio tardi, a malincuore, salutai Chiara e i suoi per tornare a casa mia. Ci lasciammo con una promessa: sarei andata a prenderla all'ufficio ogni giorno, anche solo per condividere il tragitto verso casa sua, pronta a recuperare le ore di studio di notte.
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7 ore fa
Federikamilani,
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Io e mia moglie Chiara. Prima parte. L'inizio della nostra storia
Prima parteMi chiamo Federica, ho ventinove anni e la storia che voglio raccontarvi è quella del mio viaggio verso la libertà. Al mio fianco oggi c'è Chiara, mia moglie, ma prima di arrivare a noi e a come è iniziato il nostro amore, devo scavare nei miei ricordi. Inizio da dove tutto ha preso forma: l'infanzia all'ombra dei miei genitori, i conflitti di un'adolescenza inquieta e le prime, clandestine scoperte che hanno modellato la mia sessualità, fino a quella sera di settembre del 2016 in cui ho incrociato lo sguardo di Chiara per la prima volta.Sono nata a Genova il 24 gennaio 1997 e sono cresciuta in una tipica famiglia borghese genovese, papà Carlo funzionario regionale, mamma Elisabetta libera professionista, un fratello, Andrea, di 9 anni più grande di me, integralista cattolico, frequentatore di Acr, parrocchia, ambienti ecclesiastici. Da bambina fui indottrinata a questa visione della vita dai miei genitori e dall’esempio di mio fratello tutto casa, scuola e chiesa: messa domenicale, comunione, tabù del sesso, visto come una colpa da cui non macchiarsi e da concedere solo dopo il matrimonio, argomenti che sentivo spesso a casa. Mia madre li indirizzava a mio fratello ma faceva in modo che anche io ascoltassi affinchè la goccia di quei discorsi scalfisse la pietra e penetrasse nel mio cervello, una sorta di lavaggio del cervello pediatrico. Crescere sotto quella goccia cinese, però, produsse in me l'effetto opposto. Intorno ai quattordici anni mi guardavo allo specchio e mi vedevo come un brutto anatroccolo: ero solitaria, scontrosa, chiusa nel mio guscio e con pochissime amicizie. Mentre le mie coetanee iniziavano a sperimentare i primi amori, io mi rifugiavo nello studio, schiacciata dal senso di colpa per ogni minimo pensiero che riguardasse il sesso. Eppure, il mio corpo cresceva e con lui i miei desideri, che trovavano sfogo solo nella masturbazione, un segreto vissuto tra le lenzuola che mi dava sollievo, ma che subito dopo mi faceva sentire terribilmente "sporca" secondo i canoni di casa mia.Poi, negli ultimi anni di liceo, qualcosa è cambiato. La corazza ha iniziato a incrinarsi e ho sentito il bisogno di evadere da quella prigione di moralismo. È stata un’adolescenza vissuta a piccoli passi e di nascosto. Prima c'è stata Fabrizia, una compagna di scuola che ammiravo a tal punto che, tra una confidenza e l'altra, ci siamo spinte oltre, scoprendo una complicità fisica che mi aveva confusa ma anche accesa. Poco dopo è arrivato il mio compagno di classe con cui ho perso la verginità: un'esperienza dettata più dalla curiosità di sbloccare un tabù che da un vero sentimento. E infine un breve periodo con uno scopamico, una relazione senza impegni che serviva solo a farmi sentire normale, simile alle altre ragazze, e a dare una tregua al mio deserto sentimentale. Erano piccoli sprazzi di libertà che tenevo rigorosamente nascosti a mia madre, ma che mi hanno aiutata a capire che la mia verità era ben diversa da quella che mi propinavano in salotto. Tutta questa rabbia e questa voglia di riscatto le ho riversate sui libri negli ultimi mesi di scuola.A diciannove anni arrivò l’esame di maturità: una liberazione assoluta. Tutti quelli che mi leggono sanno bene cosa significhi lasciarsi alle spalle i banchi di scuola dopo l’ultimo colloquio. Finisce un capitolo intero, quel limbo che ti costringe agli obblighi scolastici e ti etichetta ancora come "piccola", un'adolescente bloccata tra il terrore delle interrogazioni e l'ansia dei compiti a sorpresa.Voltata quella pagina, mi lanciai subito sui libri per preparare il test di medicina. Volevo superare a tutti i costi lo scoglio della preselezione. A inizio settembre affrontai i quiz e, quando uscirono le graduatorie, scoprii di avercela fatta: ero ufficialmente iscritta al primo anno della facoltà di Medicina di Genova, un’eccellenza in Italia.Toccavo il cielo con un dito per quel traguardo raggiunto solo ed esclusivamente con le mie forze. Finalmente anche i miei genitori si mostrarono orgogliosi, anche se mia madre non perse l'occasione per metterci il cappello: non mancò di rimarcare che quel successo era il giusto premio per non essermi mai "distratta con i ragazzi" e che le sue preghiere avevano ottenuto una risposta lampante. Secondo lei, avrei dovuto ringraziare solo Dio per avermi messo una mano sulla spalla. Lo stesso Dio che, sempre a detta sua, aveva appena concesso due sfolgoranti doni a mio fratello Andrea: incontrare una fidanzata specchiata e pura, ovviamente pilastro dell'Acr, e ottenere una supplenza in una scuola paritaria dopo la laurea in lettere.La lasciai parlare, limitandomi a sorridere sotto i baffi: sapevo fin troppo bene che la mia verità era tutta un'altra storia. Un sabato di metà settembre del 2016, nel limbo perfetto prima dell'inizio delle lezioni universitarie, la mia amica Elisa mi propose di andare alla festa di una certa Ludovica. La location prometteva bene: una villetta a Sant’Ilario, sulla sponda della Riviera appena superata Genova Nervi. Accettai al volo, accarezzando l'idea che potesse essere l’occasione giusta per incontrare qualcuno di interessante dopo un lungo periodo di solitudine sentimentale.Passai il pomeriggio a prepararmi senza fretta. Dopo la doccia, indugiai davanti allo specchio della mia camera, nuda, come ormai amavo fare per riprendere confidenza con il mio corpo. Dai miei un metro e sessantaquattro, osservavo i capelli castano-biondi – schiariti dal sole e dal parrucchiere – che mi ricadevano oltre le spalle con la riga in mezzo. Il seno, una buona seconda soda e fiera, stava su da solo senza bisogno di reggiseno; i capezzoli erano piccoli, di un rosso scuro acceso, incorniciati da un'aureola vivace. Guardai la pancia piatta, compiaciuta, e poi più giù, verso quel triangolino di peli castani sul pube che l'estetista curava con precisione, ripulendo i contorni delle grandi labbra, che trovavo decisamente armoniose. Il clitoride, il mio insostituibile alleato in tante notti solitarie, era lì, nascosto e sensibile. Facendo perno sulle gambe dritte e sui miei piedi numero trentasette, mi girai di spalle: il sedere, non enorme ma ben delineato nelle forme, mi soddisfaceva. Qualche volta, mossa dalla curiosità e aiutata da uno specchietto ingrandente, mi ero spinta a esplorare persino l'ano, scoprendolo perfetto, sfumato di un roseo scuro e pulito. Nel complesso mi vedevo una ragazza carina, attraente, capace di catturare gli sguardi giusti.Scelsi un look sportivo ma curato e un trucco leggero. Elisa passò a prendermi alle diciannove. Mentre l'auto si arrampicava verso Sant'Ilario, rimasi incantata da quel borgo così intimo e suggestivo, arroccato in collina tra le fasce di ulivi e sospeso sopra il mare, con una vista mozzafiato che abbracciava l'intero golfo di Genova.Arrivammo verso le venti. Il giardino della villetta era già gremito di invitati, tutti rigorosamente sconosciuti. Era una cornice splendida, mossa da ulivi e aiuole curate, con ombrelloni, sedute e buffet allestiti su grandi tovaglie bianche cariche di vassoi e bottiglie di ogni tipo. All'interno, la casa si apriva in un’ampia sala dominata da una vetrata immensa, che regalava una vista suggestiva sul mare in lontananza. L'arredamento denotava uno stile minimalista e ricercato: divani e tendaggi scuri a contrasto con le pareti candide, quadri futuristi alle pareti e, sul lato opposto, un secondo dispiegamento di ogni ben di Dio tra dolci, salati e pile ordinate di piatti e posate.Sapevo che era la festa di compleanno di una ragazza di famiglia decisamente facoltosa, ma la verità è che mi sentivo un’imbucata a tutti gli effetti. Non conoscevo nessuno e avevo la netta sensazione che chiunque mi guardasse si stesse chiedendo chi diavolo fossi. Come se non bastasse, Elisa non mi aveva ancora presentata alla padrona di casa; anzi, le è bastato intercettare un gruppo di conoscenti e agganciare un tizio per dileguarsi nel nulla. Prima di sparire, si è limitata a girarsi e a farmi un cenno sbrigativo con la mano, stampandosi in faccia un sorriso complice che significava solo una cosa: "ci vediamo tra un po'".Immaginando fin troppo bene l'epilogo della serata di Elisa con il suo nuovo amico, iniziai a vagare piuttosto annoiata tra il giardino e la sala, sperando di scovare un volto interessante o, almeno, un'altra anima solitaria con cui scambiare due parole per ammazzare il tempo. Attorno a me, però, vedevo solo capannelli di persone che parlavano, ridevano e si lanciavano battute d'intesa; non c’era nessuno da solo in un angolo a fare da tappezzeria. Per non dare l’impressione della disperata in cerca di compagnia, mi rifugiai su una sedia in giardino, fissando lo schermo del cellulare con finta concentrazione. Non avevo una personalità così aperta o sfacciata da potermi inserire a freddo nei discorsi degli altri. Poco dopo, però, scossi la testa e pensai: "Ma chi se ne frega, ormai sono qui e la fame si fa sentire, tanto vale approfittarne". Così, tornai determinata in sala, agguantai piatto e posate e iniziai a servirti, decisa a godermi almeno la cena al fresco degli ulivi.Mentre passavo in rassegna il buffet per valutare le opzioni migliori, adocchiai una torta salata dall’aspetto decisamente invitante. Proprio mentre mi allungavo per tagliarmene una fetta, alzai istintivamente gli occhi: il mio sguardo si incrociò in linea retta con quello di una ragazza. Stava in piedi, da sola, a metà della sala, a pochi passi dal mio tavolo e a ridosso dei divani vicino alla vetrata. Non l’avevo notata prima, ma mi resi conto che mi stava fissando, anche se con un'eleganza magnetica e discreta. Dimostrava qualche anno più di me. Quel suo sguardo profondo, incorniciato da due occhi nerissimi e da sopracciglia così curate da sembrare disegnate, mi fulminò. Aveva un accenno di sorriso impresso su una bocca piccola e perfetta; le labbra, accese da un rossetto rosa scuro, la rendevano un ritratto degno della migliore Annie Leibovitz. I miei occhi rimasero letteralmente incollati ai suoi, come uniti da un filo invisibile. Restai immobile per qualche secondo, con la forchetta sospesa a mezz’aria, calamitata da quella presenza. Poi, scossa dall'insolita intensità di quel momento, distolsi lo sguardo a fatica e ripresi il mio giro, fingendo una totale concentrazione sul cibo per camuffare l'improvviso batticuore.Ero arrivata alla fase cruciale del "piatto quasi pieno" – quella in cui ti ripeti che un'ultima cosa ci può ancora stare – quando mi sentii toccare la spalla sinistra e una voce cristallina ruppe il brusio della sala:«Ehi, ciao!»Girandomi, mi trovai davanti proprio la ragazza che un attimo prima mi aveva letteralmente stregata.«Ciao!» le risposi. Il cuore mi fece un piccolo balzo: ero spiazzata ma segretamente fiera che fosse stata proprio lei a fare la prima mossa, agganciando la mia curiosità.«Non ti ho mai vista da queste parti. Sei un’amica di Ludovica?»«Di chi?» chiesi come una stupida, colta di sorpresa e del tutto disconnessa dal contesto.«Di Ludovica, la festeggiata!» ammiccò lei.«Ah, sì... no, a dire il vero non la conosco», ammisi, sentendo le guance andare a fuoco.«Ahaha, non dirmi che ti sei imbucata!» mi disse ridendo, con una spontaneità che mi tolse subito ogni difesa.«No, giuro! Sono venuta con Elisa, una mia amica. Solo che è sparita prima ancora di presentarmi alla padrona di casa e adesso non ho idea di dove sia finita», dissi alzando gli occhi al cielo. Morivo dalla voglia di sprofondare: chissà che figura ci stavo facendo.«Rimediamo subito, tranquilla, ci penso io a introdurti. Ah, comunque io sono Chiara, piacere.»«Federica, piacere mio. E grazie mille!»«Vieni, andiamo. Guarda, Ludovica è quella ragazza laggiù, bionda e sui tacchi alti, è inconfondibile.»Mentre la seguivo, l'imbarazzo crebbe: mi sembrava assurdo farmi presentare alla padrona di casa da una sconosciuta incontrata cinque minuti prima al buffet, e per di più nel bel mezzo della sua festa.«Ehi Ludovica!» la chiamò Chiara. «Lei è Federica, è venuta con Elisa.»«Ciao Federica, piacere!» mi disse Ludovica, regalandomi un sorriso radioso. «Grazie di essere venuta, mi raccomando, serviti pure, è tutto a tua disposizione!»«Grazie a te, e auguri», risposi, sfoderando un sorriso che sentivo rigido e palesemente forzato.«Allora divertiti! Ora scusami ma vado a salutare gli ultimi arrivati, ci vediamo dopo!»Una meteora, praticamente."Divertiti", pensai tra me e me. Ma come? L’unica cosa che avrei voluto fare in quel momento era squagliarmela e tornarmene a casa. Come se non bastasse, pure Chiara si era dileguata nei venti secondi in cui Ludovica mi aveva rivolto la parola. Mi guardai attorno, decisa a scovare un angolo riparato dove potermi sedere a mangiare in pace, ma prima ancora che potessi fare un passo me la ritrovai di nuovo davanti, con il piatto in mano e un sorriso complice.«Vieni, andiamo in giardino a mangiare insieme, ti va?»«Sì!»Un "sì" fin troppo entusiasta che mi uscì spontaneo. "Finalmente", pensai con un sospiro di sollievo, "almeno la serata è salva".Ci sedemmo una di fronte all’altra a un tavolino appartato, tra gli ulivi, e iniziammo a parlare. Scoprii subito che Chiara aveva ventisette anni e che lavorava come praticante nello studio notarile del padre, a Genova, mentre la madre gestiva un negozio in un centro commerciale. Da vicino, la sua bellezza era ancora più evidente ed elegante: era alta circa un metro e settanta, e i capelli neri le ricadevano morbidi in onde leggere fin sotto le spalle, con una frangetta sbarazzina che le accarezzava la fronte. Ogni suo gesto rivelava una grazia naturale, dalle mani curate con unghie corte e smalto rosa chiaro, fino al modo in cui muoveva il corpo, asciutto e slanciato. Indossava una camicetta bianca arricchita da delicati merletti, da cui s'indovinava un seno non enorme ma sodo e decisamente ben fatto, abbinata a un pantalone nero aderente che metteva in risalto le sue forme. Ai piedi calzava dei sandali dal tacco medio, che richiamavano lo stesso smalto delle mani.Dopo essermi presentata a mia volta – decisamente più informale in polo bianca, jeans scuro e sandali estivi ravvivati da uno smalto nero, lo stesso che avevo sulle mani – le raccontai di me. Le dissi dei miei diciannove anni, della maturità appena superata e del test di Medicina che avevo passato a inizio settembre, aprendomi le porte della facoltà di Genova. Chiara mi fece i complimenti, e sentii che erano sinceri, privi di qualsiasi condiscendenza. Mentre mi ascoltava, restai incantata dal suo sorriso smagliante, incorniciato da denti bianchissimi e perfetti. La sua voce era limpida e sicura, l'esatto contrario di come suonava la mia quando subentrava il nervosismo, e aveva un timbro caldo, incredibilmente piacevole. Più la guardavo, più percepivo la sua natura: era una ragazza solare, empatica, ma dotata di una spiccata determinazione.Ci mettemmo a parlare di tutto, perdendo completamente la cognizione dello spazio e del tempo. Passammo dal tavolino del giardino a ricaricare i piatti al buffet, per poi spostarci su uno dei divani interni. Con lei mi sentivo a mio agio come se ci conoscessimo da una vita intera, e non da poche ore. Si era fatta ormai mezzanotte passata quando, dopo aver liquidato un messaggio di mia madre ("Quando torni?" – "Fra tre ore"), vidi Elisa fare capolino da lontano. Mi fece cenno che era ora di andare, ma io avrei voluto che quella notte non finisse mai. Provai una fiammata di rabbia verso di lei: era stata una vera stronza, mi aveva trascinata a quella festa solo per non andarci da sola e poi, non appena aveva trovato un tizio con cui svoltare la serata, mi aveva piantata in asso senza pensarci due volte. Chiara notò subito la mia espressione contrariata e, intuendo la mia riluttanza a muovermi, mi salvò la vita per la seconda volta: «Se vuoi ti accompagno io, sono venuta in macchina da sola. Mi farebbe davvero piacere». Con un senso di trionfo stampato in faccia, andai incontro a Elisa e le dissi freddamente di andarsene pure senza di me, perché avevo trovato un passaggio. E lei ebbe pure il coraggio di fare l’offesa!Erano passate le due quando decidemmo che era ora di muoverci. Non avevo un briciolo di sonno: quell'incontro così inatteso mi aveva messo in circolo una scarica di adrenalina pura, regalandomi una lucidità e una parlantina che non mi appartenevano. Ero felice, elettrizzata per aver trovato una persona tanto speciale. Anche se Chiara aveva qualche anno più di me, sentivo che quel legame avrebbe superato la barriera della semplice conoscenza; intuivo che di lei avrei potuto fidarmi, forse fino a confidarmi davvero. Dopo aver chiacchierato senza sosta lungo tutta la Aurelia nel tragitto di ritorno verso il centro, ci lasciammo sotto casa mia. Ci scambiammo i numeri di telefono stampandoci in faccia la promessa di rivederci il prima possibile. Una volta a letto, passai il tempo a riavvolgere il nastro della serata: avevo ancora stampato in testa il suo volto radioso e nelle orecchie il timbro caldo della sua voce. Mi addormentai con una strana sensazione di leggerezza, grata che la serata si fosse trasformata in quel modo e decisissima a tagliare i ponti con Elisa una volta per tutte.Domenica passò tranquilla, giusto il tempo di un messaggio veloce per augurarci buona giornata.Il lunedì pomeriggio, invece, la mia mente fece tutto da sola. Ero in centro per fare scorta di quaderni e cancelleria in vista dell'inizio delle lezioni e, mentre camminavo sotto i portici della centralissima via XX Settembre, mi tornò in mente che lo studio notarile in cui Chiara faceva la pratica si trovava proprio lì. Diedi un'occhiata all'orologio: mancavano pochi minuti alla sua ora di uscita. Senza pensarci due volte, mossa da un impulso improvviso, mi piazzai davanti al grande portone del palazzo. Non feci in tempo a chiedermi se stessi facendo una scelta bizzarra che i battenti in legno si aprirono e Chiara comparve sulla soglia.«Ciao Chiara!»«Ehi, Federica! Che sorpresa, cosa ci fai qui?» mi domandò, sgranando gli occhi in un sorriso.«Ero in zona per compere universitarie... ho calcolato l'orario e ho sperato di intercettarti per un saluto al volo!»«Ma hai fatto benissimo!» esclamò, stringendomi in un abbraccio spontaneo che mi fece respirare il suo profumo fiorito. «Senti, io ho una fame da lupi... ti va di fare un salto al Porto Antico per un aperitivo?»«Ci sto, volentieri!»Mentre camminavamo l'una accanto all'altra, non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso. Chiara era semplicemente abbagliante nel suo look da ufficio: indossava un tailleur pantalone leggero color azzurro polvere, una camicetta candida e un paio di décolleté nere dal tacco slanciato ma comodo. I capelli scuri erano sciolti sulle spalle e un filo di rossetto rosa cipria le illuminava le labbra. Emanava un'eleganza innata, sicura e sofisticata, che creava un contrasto quasi comico con la mia mise del giorno: t-shirt colorata, jeans strappati e le solite Converse consumate ai piedi. Eppure, quella differenza non pesava affatto; stare con lei mi faceva sentire incredibilmente a mio agio, protetta e rilassata.Da quel giorno, e per tutto l'autunno, la nostra amicizia crebbe a vista d'occhio, trasformandosi in un'intesa totale. Anche se i primi corsi di Medicina si rivelarono da subito un mezzo sequestro di persona tra lezioni e studio intensivo, facevo i salti mortali per ritagliarmi un paio d'ore ogni pomeriggio. La raggiungevo all'uscita dal lavoro per fare due passi insieme lungo le vie del centro, spingerci fino a casa sua – abitavamo entrambe nella circonvallazione a monte, lungo i viali della Genova alta – o fermarci a chiacchierare davanti a un bicchiere di vino...
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7 ore fa
Federikamilani,
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Ultima visita: 6 ore fa -
Sorvegliata dal piacere.
Torno sempre in questa villa. È diventata il mio confessionale segreto, il luogo dove lei si dona senza sapere che io sono qui a rubarle ogni sospiro. Ogni tanto ci torno, spinto da una forza più forte di me, e a volte capita che la incontri. Quando succede, mi nascondo tra le ombre, in silenzio, per guardarla. Queste stanze, impregnate di legno bagnato, polvere antica e muffa, custodiscono le sue emozioni più crude e le mie più oscure. Ogni volta che vengo qui ripenso a ciò che mi ha raccontato di lui...l’uomo che l’ha marchiata quando lei aveva solo 19 anni e lui 40. Le sue parole mi bruciano ancora dentro, mescolate al desiderio e a una gelosia che non voglio confessare. Eppure non riesco a starne lontano.Fuori, un temporale estivo violento scaricava pioggia torrenziale sui vetri sporchi. L’elettricità era saltata, come quasi sempre accadeva in quelle notti. Solo poche candele nere tremolavano sul grande tavolo da pranzo di mogano.Lei era lì, di nuovo, entrata di nascosto attraverso la porta sul retro. Il rischio era sempre lo stesso: la guardia notturna che passava a orari imprevedibili, qualche curioso, il pericolo di essere scoperta. Ma proprio quell’adrenalina familiare le accendeva il sangue.Indossavi solo una sottoveste di seta nera, sottile come un sussurro, che aderiva alla tua pelle pallida. Il tessuto scivolava sui tuoi seni pieni, i capezzoli già turgidi per il freddo umido che filtrava dalle fessure. Ti appoggiasti contro il bordo del grande tavolo da pranzo, il legno freddo sotto le mani, lo stesso punto dove anni prima lui ti aveva fatta urlare di piacere per la prima volta. Le tue mani, fredde e decise, scivolarono lungo il collo, sfiorando la vena che pulsava furiosa. Scendevano lente, eleganti, sui seni...li strinsero con forza, i pollici che ruotavano sui capezzoli induriti, tirandoli fino a farli dolere di un piacere acuto. Un gemito basso ti sfuggì dalle labbra socchiuse, mentre il respiro si faceva più corto, spezzato. I tuoi fianchi si inarcarono istintivamente, premendo contro il vuoto. Sotto la sottoveste, la pelle era già madida di un sudore leggero, che portava con sé il tuo profumo intimo...un aroma muschiato, dolce e selvaggio, come rose appassite immerse nel più caldo dei liquidi.Ti sedesti sul bordo del tavolo, le gambe divaricate con deliberata lentezza. La luce tremolante delle candele danzava sulla tua pelle, rivelando la curva morbida delle cosce. Con una mano sollevasti l’orlo della seta, esponendoti già gonfia, le grandi labbra tumide e lucide di umori che brillavano come perle nere nella penombra. L’altra mano scese, le dita che sfioravano prima l’interno coscia, poi il clitoride teso, sensibile come un nervo scoperto. Un brivido violento ti attraversò...il piacere era immediato, elettrico, un fuoco che si propagava dal ventre fino alla punta dei seni.“Sì…” mormorasti tra i denti, la voce roca, intrisa di quell’essenza oscura che eri tu stessa. Cominciasti a toccarti con movimenti circolari, eleganti ma sempre più famelici. Le dita scivolavano tra le pieghe bagnate, raccogliendo i tuoi umori per spalmarli su ogni cm di pelle. Il corpo si tendeva...i muscoli dell’addome si contraevano in onde visibili, i glutei si serravano contro il legno freddo del tavolo, le gambe tremavano mentre i talloni affondavano nel parquet scricchiolante. Ogni carezza era una lama di piacere che affondava più a fondo. Inseristi due dita dentro di te, lentamente, sentendo le pareti interne contrarsi intorno a loro, calde, bagnate, voraci. Il suono umido, carnale, si mescolava al crepitio delle candele e al rombo violento del tuono fuori.L’adrenalina saliva insieme al piacere. Un rumore di passi sulla ghiaia bagnata del giardino ti fece gelare per un istante, lo stesso brivido di sempre, ma invece di fermarti accelerasti. Le dita pompavano più forte, il pollice che massaggiava il clitoride con pressione crescente. I seni si alzavano e abbassavano con respiri affannosi, la pelle arrossata ora, un rossore che si diffondeva dal petto fino alle guance. Le emozioni ti travolgevano...un senso di potenza oscura, di possesso totale del tuo corpo, mescolato alla paura eccitante di essere colta in quell’atto proibito. Eri carne e respiro, ombra e luce morente. Eri tu, essenza pura, che si donava a se stessa senza pietà.Il culmine arrivò come una tempesta. Il tuo corpo si tese tutto...la schiena inarcata in un ponte perfetto, i muscoli delle cosce rigidi come marmo, le dita affondate fino in fondo mentre le pareti interne pulsavano in spasmi violenti. Un orgasmo profondo, prolungato, ti sfamò. Venisti con un grido soffocato contro il braccio, i fluidi caldi che ti bagnavano la mano e le cosce, colando in rivoli lenti sul legno scuro del tavolo. Le contrazioni continuavano, onda dopo onda, mentre il respiro si faceva rantolo animale, la vista offuscata da lampi di piacere nero. I seni tremavano, i capezzoli così sensibili da far male al solo contatto dell’aria.Rimanesti ansimante, il corpo ancora scosso da fremiti residui, le dita umide premute sul sesso pulsante. Il profumo del tuo piacere impregnava l’aria, mescolandosi all’odore di legno bagnato e cera calda. Fuori, il temporale imperversava. Dentro di te regnava quell’oscurità soddisfatta, carnale, eterna. Eri sola, eppure completa. La tua essenza, fatta di carne tesa, respiro spezzato e desiderio senza fine.E in quell’ombra più profonda, nascosto tra i tendaggi pesanti della sala accanto, io ero lì. A guardarti. A sentire di riflesso il tuo piacere esplodere dentro di me, devastandomi l’anima… sapendoti di altro, sapendoti ancora sua a tratti, eppure incapace di staccarmi da questo spettacolo che continua a consumarmi ogni volta di più...
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8 ore fa
SilverRea,
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