E’ solenne. Imperiosa è carezzevole, delicata, piacevolmente pacifica l’aria marina.La mia immaginazione corre solitaria, spensierata, mille occhi rivolti verso l’alto in quel gioco meraviglioso che accende la mia fervida immaginazione.
Il mare, la mia estensione. Ho sempre avuto questo amore smisurato per lui.
La sua brezza, mi solleva mi spinge impetuosa, vibra come fosse viva. Mi vira, improvvisamente mi scaraventa nei miei pensieri, si pensieri. Per qualche attimo immobile e subito dopo nuovamente in volo sullo strato del cielo azzurro, un fremito impazzito e rieccomi scendere quasi in picchiata verso un altra riflessione, lassi, poi risalgo audace e maestosa. Sotto di me la striscia bianca della battigia, dall’alto, pare essere la mia strada, strana a volte perfettamente dritta, un attimo dopo maledettamente tortuosa. Mi affido alla brezza, mia unica complice. Adoro questa sensazione mattutina, mi carica, mi accende.
I pescatori, sembrano tante piccole formiche laboriose, indaffarati a preparare le barche per la prossima uscita in mare, altri a riparare le reti, le nasse adagiate a riva, strumenti rurali che si tramandano da padre in figlio. Conosco bene, cosa vuol dire per loro, quanto sia vivo dentro di loro il mare. Mio nonno era un pescatore, ho imparato da lui ad amare il mare. Da piccola in piena notte partivamo per andare a pescare, non era il suo lavoro, ma il mare era per lui casa. Lo aspettavo sulla spiaggia, mia nonna mi copriva bene, mi sentivo viva, libera. In quella attesa mi perdevo a guardare il cielo, mi sentivo sospesa tra acqua e aria, era bellissimo.
Quando sentivo il motore della barca, mi alzavo velocemente e come una piccola sirenetta mi lanciavo in mare. Nessuna paura, Dio che sensazione, mi sentivo cullata dall’acqua, avvolta da grandi braccia e nelle mie orecchie quel riecheggiare di suoni sembrava quasi una cantilena. Mio nonno spegneva il motore e mi aspettava sulla barca, mi porgeva la mano e mi tirava su. Mi baciava sulla fronte, poi sussurrava “tua nonna ci sgriderà”. Ero felice, aspettavamo l’alba sulla barca. Ero sempre scalpitante, emozionata. Ogni alba mi insegnava un colore nuovo, un lembo da aggiungere, un pezzo nuovo. Quel silenzio rombante è lo stesso di oggi...è sempre la stessa spiaggia...è sempre lo stesso mare...è sempre lo stesso rituale. Si un rituale che ripeto quasi ogni giorno. Arrivo, mi fermo un attimo sul lungomare, mi sporgo leggermente dalla ringhiera.
”Sono qui...buongiorno!”
“Dove mi porti stamattina?”
Dopo aver avuto il suo consenso mi spingo verso la scaletta in legno, mi siedo sul primo scalino, tolgo le scarpe e inizio a scendere. Quando i piedi si combinano alla sabbia, capisco esattamente la direzione da prendere.
Un abitudine che mi accompagna da anni, si quando posso corro da lui, mi rigenera.
Quella mattina, dopo una notte di pioggia e vento, decido di andare al mare. Di solito quando il tempo è brutto il mare sembra furioso, adoro il mare in burrasca, mi calma. Decido di andare verso ovest.
A passi lenti, respiri lunghi e profondi, l’odore della salsedine m’inebriava, la sentivo penetrare il mio naso e arrivava ai miei polmoni con tutta la sua forza, mi alleggeriva, mi pervadeva ogni poro, a momenti mi paralizzava.
A quell’ora i gabbiani indisturbati, ripuliscono, dai rimasugli della pesca, le piccole barche, l’odore del pesce fresco è fortissimo. Quei piccoli gusci di noce a volte diventano ostacoli, perché adagiate frettolosamente lungo la battigia, sei costretta a raggirarle. Quella mattina ricordo che mi spostai a filo d acqua, a quella distanza le onde avevano già perso la loro forza, solo uno strato sottile di porosa schiuma bianca, accarezzava i miei piedi e cancellava le impronte che dietro di me lasciavo. L’impatto era davvero straordinario, freddo e caldo allo stesso tempo, il desiderio di sapere cosa mi aspettava più avanti, quali emozioni mi sarebbero esplose nel petto, la mente che sfidava il volo dei gabbiani.
E’ sempre uguale, quella immagine, passano gli anni ma lei sembra non sentire lo scorrere del tempo, resta immutata come a voler preservare, la sabbia, la bonaccia notturna, il legno bagnato delle barche dei pescatori, la vegetazione, la tempesta ed il post tempesta, la rugiada salmastra lo sciabordio delle onde.
L’ ho intravisto anche quella mattina, anche lui è sempre lì, lo vedo da anni, è uno scorcio di quella immagine eterna, si fonde armonicamente con l’odore del mare, i suoi colori profumano di alghe e conchiglie con una nota finale di sale. E’ una presenza fugace e silenziosa, se ne stava lì, assorto e quieto.
Un uomo schivo, solitario e timido. Gli passo sempre alle spalle, rallento per guardare sempre furtivamente la sua tela, i suoi colori sempre decisi, penetranti, anche quella mattina andò così, come sempre, mi abbozza un sorriso, lo guardo, sorrido, i suoi occhi sono il prolungamento del mare. Non voglio proseguire, oggi no e silenziosamente mi lascio cadere alle sue spalle, incrociando le gambe. Quell'uomo, dal volto serio e dallo sguardo impenetrabile, distaccato dal mondo, dipinge i colori della mia anima, viva, appassionata, sensibile a tratti buia, enfatica, incandescente e soprattutto irrazionale, si molto irrazionale, mai avrei pensato che sarei rimasta a guardarlo.
E’ un aderenza che mi trattiene, una alchimia, quella tela è la mia pelle. Sento il respiro come fosse fiume in tumulto, che scorre con l'intima necessità di perdermi nella immensità di quel mare, mi sento addosso il bisogno della sua essenza, in uno strano modo si mescola al mio delicato modo di osservarlo.
In modo assiduo quella tela diventa un bisogno di raccontarsi, io ascolto la voce dei suoi pennelli, sfiora i miei silenzi e il mio sguardo lambisce i suoi movimenti.
Vorrei frenare i pensieri, che nervosamente mi frullano velocissimi in testa e per farlo devo alzarmi e correre, un delirio mentale, una fune che ti stringe fino a non farti respirare.
“Non andare, non ho ancora finito”.
La sua voce ha uno strano vibrare, sono confusa, non capisco cosa è cambiato, quel uomo, amichevole scorcio di qualcosa a me familiare, è un rombo denso, un rombo confortante, m'infonde calma apparente, è un disastro in mente, non riesco a muovermi, sono travolta da furia cieca e tumulti corporali che non so come gestire. Si avvicina, mi sfiora il viso e delicatamente sposta i miei capelli dietro l’orecchio. Senza parlare, senza dirci nulla ci stiamo desiderando, cercando e incontrando. Questo gesto mi fa razionalizzare tutto, ma faccio finta d’ignorare, in realtà non so esattamente cosa succederà. E’ la prima volta che ci troviamo così vicini ma è come se i nostri corpi si conoscessero. Una goccia bagna le mie labbra e improvvisamente un frastuono irruppe nel nostro silenzio.
“Piove”.
Rimango in silenzio, la pioggia incalza la sua caduta incessante e non sento il bisogno di premurarmi a correre. Percepisco una sensazione di calore, prima di sentirmi in simbiosi con la sabbia, attraverso quelle gocce che, accarezzano la mia pelle e dolcemente vanno a morire sul suolo. Quelle gocce come un rituale di purificazione sono una carezza che cerca di amplificare il suo profumo, sembra che prevedano ogni sua mossa, dal capo scivolano lungo seni, pancia, cosce, il loro passaggio una scossa che pare provenire dal suo corpo. Gli sguardi non cedono, mi fissa le labbra ed io le sue, il bisogno insopprimibile di bere a quella fonte di dolcezza mi tormenta. Il suo volto lentamente si avvicina inaspettatamente, io lo seguo. Le bocche si fermano a pochi millimetri, i nostri respiri tremano, accelerano la corsa, il sangue fluisce e pulsa come lava di vulcano. Un movimento involontario e le nostre lingue si mescolano vogliosamente. E’ un bacio lunghissimo, insaziabile, solo il temporale, si accorge di noi. Aromi di luoghi lontani il vento impetuoso fa levitare, il cielo ora è plumbeo, lavato, è una grigia lastra di vetro.
Noi soli, carnali, eccitati come fosse la prima volta, come ci si accingesse a compiere qualcosa di segretamente proibito.
Noi soli, la voglia di spogliarci, di toccarci, di scoprirci. Le mani brancolanti di desiderio, non conoscono luogo, giochi, eccitazione che cresce e tracima. I nostri occhi infuocati, le carezze piene di cura, delicate e sfacciate allo stesso tempo. La pioggia incessante continua, mi afferra i polsi e mi spinge verso il basso. Lentamente si china su di me, mi ritrovo sulla sabbia, sento aprirsi la mia camicia che ormai e letteralmente inzuppata d’acqua, vorrei dirti che non posso, che non voglio, che non è giusto credo, ma la tua pelle bollente contrasta la mia fredda, il tepore del tuo corpo sul mio, l’irregolare ritmo del tuo respiro non mi fanno cedere. Mi stai letteralmente consumando il corpo con le mani, sento le dita scivolare ovunque e la tue mani scaldarsi ad ogni tocco. Mi torturi il seno, ci giochi, lo stringi forte e lo tiri passando poi a delle prese più lente e delicate muovendo ancora con quelle maledette dita sui miei capezzoli ora più turgidi che mai. I sospiri, i piccoli lamenti accompagnano il tutto, la voglia matta di capire cosa stia succedendo, la confusione più totale è accompagnata da un dito e poi due dentro la mia bocca, le decanto facendo scorrere la lingua lentamente, in modo da sentirle, la saliva calda che riempe la mia bocca e sporca la tua mano mentre insisti, il respiro adesso è affanno, quasi nuda e quella saliva calda mentre il cuore crepita forte nel petto. Ricordo perfettamente la sua presa che stringeva forte il mio collo, mi stava letteralmente sconvolgendo i sensi, lo sentivo strusciare forte, movimenti ritmici quasi a tempo di pioggia, la sua bocca si spalancava per poi richiudersi mentre si mordeva chiaramente le labbra. I corpi, ormai, si contorcevano liberi da ogni restrizione, pregni di ogni piacere dovuti non più a quelle mani e braccia possenti ma ai suoi moti oscillanti, lo sentivo insinuarsi, mentre il controllo della mente era ormai perso. L’odore del mare, noi, lo sconvolgimento ed il fiato corto era tutto ciò che rimaneva di quello scorcio che aveva cambiato ogni nostra prospettiva. Ci perdemmo nel senso dei pensieri, mentre la pioggia dissolveva e placava ogni turbamento. L’aria fresca calmava i corpi e ammansiva la pelle invaghita e sedotta. Fissammo quell’immagine lavata e celata da un riverbero gonfio di morsi, piacevole arrendevolezza delle rapidi acque, incagliate negli afflussi complessi di molecole danzanti.
Un temporale s’innesca, scatena ogni sua furia è impossibile controllarlo, possiamo solo arrenderci, sussurra i tuoi respiri al silenzio, cattura ogni suo impeto, fatti sentore dei suoi venti, sii maestrale e poi libeccio.
- Silver Rea -
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