I rivoli di un acqua , rami intessiti, scorrono in modo gerarchico nella fontana di Spato d’Islanda, puri come la luce del sole, divampa ogni impura pulsione. Virtù del suo non tacere, corrode e leviga. Uno stato d’impazienza, che non è distanza, voluto e cercato nella moltitudine dei pensieri. In punta di piedi mi lascio alle spalle il profumo dolciastro del glicine, abbraccia morbosamente l’accesso della mia anima, addolcendo la fuga di nuvole nere e ignorando gli intrecci all’interno, staffilate cesellate disordinatamente sui lembi sospesi. E’ la debolezza di un sogno che nasce dall’esterno della notte, che intossica l’attesa di una manovra inversa che ti scaraventa nel solenne giudizio di una notte che ti vizia.
Mi cerchi...ti trovo...mentre la fragranza del buio infuria contro i rivi del lago, la svelta fuga ed ecco la sanguigna vena d’impeto crepuscolare. Una mente che legge tra le righe, un cuore che piano si espande, si sfoga, si ciba. Natanti per mari di sogni, frammenti di specchi, oceani immensi nelle fauci del cielo ebano. Non conoscono debolezze, anche se feriti, confusi e rabbiosi. Sensazioni imprigionate che solo noi riusciamo a strapparci fuori dall’odore salmastro dei giorni tutti uguali.
Un fremito sul collo, là dove si addensa il mio fiato, un atteggiamento superbo e maestoso, resti fermo, istanti muti. Ti guardo furiosa, come a volerti dilaniare e sopprimere. Il più pericoloso dei sentimenti, l’infatuazione d’amore che, con la sua scure affilata incede lentamente nelle insenature dei sentimenti. Un gemito inarticolato percorre la gola, intimorito dal fragore dei tuoni del corpo e dalla veemenza degli fiati, vorrei andarmene.
Rimango sospesa, i pensieri incalzano in modo sconnesso nell’udire due esseri, che si avvicinano e respirano nello stesso momento l’odore pungente della pelle, diluito a quella dell’aria, impregnata di esalazioni lavate dagli scroscii delle mani. Un dissennato e disperato lamento e ogni mio timore svanisce, ti genufletti sul mio viso, risvegliando in me la sete, dannazione inconvertibile, da lasciarti trafiggere. Pennellate lente ma estremamente decise, la saliva che penetra in ogni tuo incavo di pelle, fustigandoti lentamente come la più rigida delle punizioni. Il crepitio delle tue pulsazioni, lapilli litici di tefra, che infuocano il richiamo di ammansirti a docile despota. Le aspirali concentriche labiali con la dedizione ti recidono il respiro, ardirai la mancanza di fiato e subito dopo limerai quell’illogico sudore, che sentirai graffiarti spudoratamente. Attraverso i tuoi occhi ammiro minuscoli fragili filamenti rossi, nascondigli del vento che affusola una tiepida grandine, ammutina seducendo il mio spirito. Una danza che si dispiega consonante fra le aure che sussurrano tra loro, fiere e indomabili, investono ogni cosa prima di sparire oltre la riga dell’orizzonte...i viaggi senza meta portano via il nostro odore. Sei pulsante nelle vene del mio deliro, mi aggrappo alla tua pelle, catturo l’attimo che squarcia dal brivido, più intimo, di un ricordo che assorbe stilla dopo stilla la tortura dei sensi, nella successione armoniosa di una scia d’acqua che scroscia a sorpresa e pulisce tutto.
Tutto è silenzio.
Spogliati ancora, in piena luce e fatti guardare, il respiro ora rapido, poi si arresta. Mi reclami sussurrando roche parole di desiderio, attese e invocate, dolce violenza. I seni invitanti, il pube lucido già di desiderio. Non resisti, ti chini per mordermi strappandomi un grido sorpreso. Scendi lento nella penombra, scivoli leggero come una drappo di seta, mi avvolgi. Le dita percorrono la pelle dei fianchi, la dolce curva della schiena, precede
l’ impeto, mi circonda e ti permea, si infila in tutte le tue pieghe, finemente turbato dalla brezza. Il mento verso il cielo, ogni tuo intimo riflesso è un sottile ticchettio di piacere, mi abbandono a questa pioggia che ti corteggia, ti seduce e ti conquista lenta ,fluisce calda, sulla pelle liscia, in bilico tra i tuoi arpeggi.
Piove dentro le mie ossa, brucia e corrode ogni lascito. Una lacrima bollente, che scava voragini nello spato d'islanda, acqua indomabile che trasforma le viscere e consuma il midollo. Sui vetri della mia anima la condensa di vapore ha nascosto il passaggio della luna.
E mentre il glicine, robusto, veglia i corpi smarriti, l’acqua nel buio più cieco a piedi scalzi si fa tempesta.
Affluisco il pennello nella pietra, l’ inchiostro di china si abbandona alla carta di riso ingiallita, libra nell’affanno lento.
Ondeggia fluente e sottile, come armonico dondolio d’altalena, ricama la fine del racconto.
- Silver Rea -
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